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02.07.2017

La selva del Lamone

Entrammo poi in una foresta tale, che ci smarrimmo. Annibal Caro. 1537.

Il bosco del Lamone, esteso per 1800 ettari lungo il confine tra Lazio e Toscana, tra i territori di Farnese e Ischia di Castro,  rappresenta la selva “dantesca”  per eccellenza. Una macchia ostile, fatta di remote colate laviche e massi titanici tra cui si snodano sentieri intricati, quasi invisibili, difficili da percorrere per chiunque. Una selva oscura, aspra e forte, regno di ninfee e folletti, dove ancora oggi si respira un alone di mistero.

Ma aldilà di suggestive astrazioni, la selva del Lamone rappresenta uno dei più affascinanti ecosistemi del centro Italia. Terra vulcanica, divenuta nel 1994 riserva naturale, ospita numerose specie vegetali: faggi, querce, lecci e piante spontanee, alcune molto rare. Da sempre l’uomo ha cercato riparo tra le amorevoli braccia della Dea Madre (natura) del bosco del Lamone, che offre legna e una ricca selvaggina, su cui regna il cinghiale.  Alcova prediletta di Domenico Tiburzi e di molti briganti, che tra l’impenetrabile vegetazione cercavano riparo dalle forze dell’ordine fino ai partigiani che durante la resistenza hanno preso parte alla liberazione d’Italia. Tracce del passaggio umano sono ricollocabili all’età del bronzo e  numerosi sono gli avamposti sorti durante i dieci secoli di dominazione etrusca. Successivamente sorgono molte villae rusticae romane e insediamenti longobardi, molti dei quali nascosti dalla vegetazione. Percorrendo sentieri, mulattiere e tratti di basolato romano il viaggiatore può intraprendere un percorso attraverso il Lamone, incontrando numerosi siti archeologici, castelli e necropoli etrusche. Partendo da località Lamoncello (uno degli ingressi della riserva naturale) si incontra un  complesso di età longobarda, dove il fiume Olpeta forma la splendida cascata del Salabrone. Dopo un breve cammino si raggiunge la città di Castro, distrutta nel 1649 dalla follia umana, a cui sono sopravvissute infinite strade, pavimentazioni resti di chiese, edifici e cantine. Di remote origini etrusche, il capoluogo castrense raggiunge il pieno splendore   in epoca rinascimentale, ma gli attriti tra i Farnese e la camera apostolica determinano la fine della città per volere di Papa Innocenzo X. Di tanto splendore resta una epigrafe beffarda: “qui fu Castro”.   Lasciate le inquiete rovine ben presto si incontra l’insediamento di Pian di Morrano, da alcuni considerato un enorme altare megalitico di uso sacrale. Costeggiando il Lamone nei pressi del confine con la Toscana si raggiunge il sito di Sorgenti della Nova, tipico insediamento protostorico della zona del tufo, arroccato su un’alta rupe attraversata da due fossi. Le varie campagne di scavi iniziate da Rittatore Vonwiller hanno portato alla luce grotte e basamenti di capanne dell’età del bronzo, oltre a numerosi oggetti, per lo più vasellame. Mentre del  successivo insediamento medievale sono visibili resti di una torre e il perimetro di una chiesa, posti sull’acropoli della città. La presenza negli anni 70 di una cava di pomice ha mutilato pesantemente la rupe e la sorgente sottostante  che ancora oggi sgorga copiosa. Ripreso il cammino si incontrano numerosi  resti di insediamenti  come Morranaccio, Valderico e Roccoia, fino a raggiungere il “Voltone”, nome che deriva da Voltumna, divinità etrusca dei boschi e delle acque. La zona, sacra agli antichi e chiamata anche “Chiusa del Tempio”, attraverso Monte Becco  raggiunge il lago di Mezzano, sul cui fondale sono stati ritrovati resti di palafitte e numerosi oggetti votivi. Attraversando poi il fiume Olpeta nei pressi della chiesa templare di S. Maria di Sala si procede verso la città etrusca di Rofalco, importante avamposto strategico della città di Vulci. Distrutta dai romani durante la romanizzazione dell’Etruria, conserva 300 metri di imponenti mura,  numerosi resti di abitazioni, botteghe tessili e molteplici reperti esposti nel museo civico di Farnese.Bisogna tuttavia riconoscere, alla fine del percorso, che i monumenti più spettacolari che la selva del Lamone custodisce sono quelli edificati dalla natura: le sue  montagne di pietre, le colate laviche e l’anfiteatro vulcanico di Rosa Crepante,  i cerri secolari e i lacioni stagionali  forgiano un immenso  tempio a cielo aperto, che ripaga coloro che, con non poca fatica, si avventurano tra aspri sentieri, gelosamente celati dai rovi e dal fitto sottobosco.

 

Per informazioni: Centro visite Riserva Naturale Selva del Lamone & Museo civico Farnese F. R. Vonwiller: 0761 458849

di Luca Federici

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